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MARMOLADA DI PENIA - Di Luciano Danzi
Cronaca di un’ascensione lungo la via normale del ghiacciaio – 5 Agosto 2007
La Marmolada, detta anche “montagna perfetta”, rappresenta quanto di
meglio escursionisti, alpinisti e scialpinisti, possano desiderare.
La Marmolada è collocata al centro delle Dolomiti e rappresenta l’unico
ghiacciaio, almeno significativo, di questa stupenda regione
montagnosa.
La Marmolada è montagna degli sciatori, causa l’impianto che da Malga
Ciapela porta ai circa 3200 metri del Plateau di Punta Rocca,
seconda cima (m. 3309) della “Regina” delle Dolomiti”. La cima di
Punta Penìa rimane invece montagna per escursionisti esperti,
che dal Lago di Fedaia (m.2040) salgono al Rifugio Pian dei Fiacconi
(m.2626) e da questo alla cima (m.3343), per la via normale del
ghiacciaio o per la ferrata della parete ovest. La gran muraglia
meridionale (parete sud) è invece il regno dei rocciatori che qui
trovano salite anche d’estrema difficoltà. La salita a Punta Penìa
per la via normale del ghiacciaio è una classica, percorsa in estate
da centinaia e centinaia d’escursionisti, molto spesso non
adeguatamente equipaggiati e senza alcuna cognizione di come si debba
procedere su ghiacciaio (la domenica prima della nostra salita un
ragazzo in solitaria è finito in un crepaccio ed è stato recuperato
dal soccorso alpino). A chi sale per la via normale, si aggiungono i
salitori per la parete ovest, che compiendo la traversata, provocando
a volte un po’ di confusione nel tratto in cui si devono affrontare i
circa 150 metri di dislivello di facili roccette.
La via normale si svolge lungo l’itinerario seguito da Paul Grohmann nel
lontano 1864 durante la prima ascensione a questa bellissima
cima e la si deve affrontare con attrezzatura da ghiacciaio
(corda, piccozza, ramponi, caschetto e negli ultimi due anni
può essere utile il set da ferrata, visto che la paretina
rocciosa è stata attrezzata.
UN PO’ DI STORIA
Il primo tentativo di salita alla Regina delle Dolomiti è datato 12
agosto 1802. Furono: tre preti, don Terza, don Tommaso Pezzei,
don Giovan Mattia Costadedoi, il medico Hauser e il giudice
vescovile Piristi. Il gruppo, nel tentativo di salire Punta
Rocca, si fermò una volta raggiunta la cresta, a circa 70
metri dalla cima. Nel rientrare a valle, don Terza finì entro
un crepaccio e morì. Dopo questa tragedia, fu don Mugna, ben
cinquant’anni più tardi a tentare la salita alla vetta, ma anche
il suo tentativo fallì. Nel 1860 si registra il tentativo di John
Ball e nel 1862 quello dello svizzero Wellermann.
Il 28 settembre 1864, alle ore 10,37, Paul Grohmann raggiunge la cima di
Punta Penìa, dopo aver violato, due anni prima, la cima di
Punta Rocca. Grohmann nacque a Vienna nel 1838 (morì nel 1908) e
arrivò in Dolomiti a 24 anni realizzando alcune ascensioni molto
importanti: la Marmolada, la Tofana di Mezzo, l’Antelao, la Tofana
di Rozes, il Sorapis, il Sassolungo, il Cristallo e molte altre.
La salita alla Marmolada non era più un problema e molti furono gli
alpinisti a cimentarsi sulla bellissima montagna ricoperta di
neve e ghiaccio. Nel 1868, in valle, ed esattamente ad Agordo, nacque
una sezione del CAI e nel 1872 nacque la SAT. Queste due organizzazioni
unirono i loro sforzi con l’intento di far nascere un rifugio sulle
rocce della Marmolada. Questo si costruì nel 1877 e costò
parecchi soldi (ben 2500 Lire).
Ormai, le salite alla vetta principale non si contano più e non fanno più
clamore.
Sono moltissimi anni che percorro sentieri, scavalco forcelle, salgo per
vie ferrate e raggiungo cime: dal Monte Grappa al Pasubio, dalle Piccole
Dolomiti ai Lagorai fino alle Dolomiti Trentine, Bellunesi e Altoatesine.
In questo mio frequentare la montagna, una spina mi è sempre rimasta nel
cuore, non aver mai raggiunto la vetta principale della Marmolada, la
Regina delle Dolomiti. Nel mio intimo l’ho sempre immaginata quasi un sogno,
una meta per me irraggiungibile.Alcuni anni fa partimmo io, mio figlio
Fabio, mio cognato Vanni e suo
figlio Alberto con l’intento di salire in vetta, sennonché,
la fitta nebbia che scendeva dalla cima raggiungendo il Pian
dei Fiacconi, ci fece desistere. Dopo quel tentativo andato a vuoto
abbandonai completamente l’idea dell’ascensione, pensando che ormai,
essendo nato nel 1933, il tempo per queste escursioni fosse per me finito.
All’inizio di quest’estate chissà perché, mi ritornò l’idea di
ritentare quest’escursione e così ne parlai con Fabio, un
po’ scherzosamente, un po’ credendo alla possibilità di
raggiungere la cima. Mio figlio invece prese la cosa subito
seriamente, forse anche per prendersi la soddisfazione di accompagnare
il padre a realizzare il vecchio sogno. Si decise così che la prima
domenica d’agosto, tempo permettendo, avremmo tentato la
salita a Punta Penìa. Il mattino, alle ore 5,30 eravamo già in auto,
con noi l’amico Mauro. Alla partenza da casa il tempo non prometteva
nulla di buono e il cielo coperto mi fece ricordare il tentativo fallito
anni prima. Giunti nei pressi d’Agordo si presentò a noi un cielo limpido,
sgombro da nuvole e il morale mi andò alle stelle. Quando giungemmo al
Passo Fedaia era ancora presto e la bidonvia che dal Lago porta al rifugio
Pian dei Fiacconi era ancora ferma. Con calma calzammo gli scarponi e
preparammo gli zaini riponendovi corda, ramponi e caschetto. Per primi
salimmo sui bidoncini e via verso la sospirata meta. In breve raggiungemmo
il rifugio e salimmo su lastroni di roccia alla volta del ghiacciaio.
Calzammo i ramponi, indossammo il casco e ci legammo in cordata; Fabio
in testa, io nel mezzo e Mauro a chiudere la fila. Prima di partire
demmo un’occhiata al panorama che già da qui si presentava splendido.
Sopra di noi si poteva vedere la via di salita e la croce della Cima.
Nel cielo non si scorgeva una nuvola (fatto quasi insolito per una
giornata d’agosto), l’aria limpida e frizzante e temperatura di circa
8 C°. Il primo tratto si presentò ripido, ghiacciato e privo di traccia,
decidemmo così d’affrontarlo sulla massima pendenza, anche
se la fatica fu maggiore. Sotto i nostri ramponi il ghiaccio
scricchiolava. Raggiungemmo la vecchia traccia lasciata dai precedenti
salitori, una striscia scura sul ghiaccio vivo che traversava il
ghiacciaio verso ovest. Raggiungemmo la prima neve e attraversammo i
primi crepacci, fortunatamente non molto larghi e quindi facilmente
superabili. Qualche altro lo superammo grazie a ponti di neve.
A tratti il percorso saliva ripido e noi lo affrontammo con
passo regolare, fermandoci di tanto in tanto per scattare
qualche foto (a fine giornata Fabio ne scattò ben 43).
Una cordata ci superò ansimando e noi la lasciammo andare, non
avevamo fretta e volevamo godere a pieno di quello spettacolo
naturale. Dopo aver attraversato nuovamente il ghiacciaio verso
ovest giungemmo alla base della paretina rocciosa che, recentemente
atrrezzata con funi metalliche, conduce con facilità alla Schiena del Mul,
tratto di cresta che in breve porta a Punta Penìa, 3343
metri. Qui ci slegammo, togliemmo i ramponi e mettemmo il set da ferrata.
Intento in queste operazioni sentii un grido: "Achtung, achtung!!!!!"
Una pietra (fatta cadere da un tedesco) mi passò a sessanta centimetri
dal naso facendomi rivivere il ricordo del sasso che sul
Peralba mi colpì a una gamba. Iniziammo a salire l’affollato canalino
attrezzato. Molti gli stranieri, in maggioranza di lingua tedesca, ma
anche francesi e spagnoli che scendevano incuranti di chi saliva, i
quali dovevano dare loro passaggio. A parte questo piccolo “fastidio”
la salita era facile e la roccia presentava molti appoggi e appigli.
Al termine della paretina attrezzata ci trovammo su un terrazzino di terra
e ghiaia, sgombro da neve, sul quale, prima di intraprendere l’ultimo balzo
lungo la Schiena innevata e ripida, sostammo ad ammirare in lontananza il
Lago Fedaia e il sottostante ghiacciaio con la fila di cordate che stavano
salendo. Sembravano tante formichine. Mauro intanto, avvicinandosi ad altri
escursionisti, s'informò della loro provenienza e per risposta uno di
loro esibì una T-shirt bianca sulla quale spiccava il nome del paese friulano di
Sequals e una stampa che raffigurava un pugile che ho
riconosciuto in Primo Carnera, campione del mondo dei pesi
massimi nel 1933, anno della mia nascita. Questi partecipavano
ad un corso ghiaccio del CAI. Rimettemmo l’attrezzatura da ghiacciaio e
riprendemmo la salita a circa 3250 metri di quota. Il percorso saliva
ripido ma ormai eravamo vicini alla meta. In breve arrivammo alla Cima di
Punta Penìa, contrassegnata da una croce metallica. Sulla cresta della
cima sorge la Capanna Punta Penìa, rifugio d’emergenza gestito.
Sono le ore 12,30, la salita alla Marmolada che mi sembrava irraggiungibile
è compiuta e la mia soddisfazione è grandissima.
Ammirammo lo stupendo panorama che si presentò al nostro sguardo, non una
nuvola guardando verso nord. Nell’aria limpida si stagliavano le vette
del Sorapis, del Cristallo, del Sassongher, del Sella,
del Sassolungo e del Catinaccio. Più lontano si stagliavano le vette
innevate dei ghiacciai di confine con l’Austria e verso ovest
l’Adamello. Verso est invece delle nuvole coprivano le cime
della Civetta e del Pelmo e delle Pale di San Martino a sud.
Dopo le doverose foto sulla vetta, piuttosto affollata di alpinisti, al
panorama mozza fiato e un veloce spuntino, iniziammo la discesa.
Ripercorso il canalino roccioso rimettemmo i ramponi e ci legammo
nuovamente in cordata per ripercorrere il ghiacciaio ove la
neve, a causa del sole caldo, si stava sciogliendo, rendendo
il percorso tra i crepacci più “delicato”.
L’ultimo tratto del ghiacciaio è solcato da numerosi rivoli d’acqua
che formano più in basso dei torrentelli. Giunti alla base
del ghiacciaio ci togliemmo l’attrezzatura alpinistica,
demmo un’ultimo sguardo alla Cima e c’incamminammo verso
il Lago di Fedaia. La giornata è ormai giunta alla fine, la salita
tanto agognata è compiuta.
Nel frattempo mi chiesi : "Che cosa spinge
un uomo a salire cime, a percorrere sentieri e a volte a sfidare la
natura?" A parte la bellezza dell’ambiente, la soddisfazione di essere
giunti sulla cima con le proprie forze e alla pace che si gode in
alta montagna, non ebbi una risposta precisa. Giunti al lago volsi
lo sguardo alla vetta che si stagliava nel cielo azzurro. Ero felice e
mi pareva che la Regina delle Dolomiti mi sorridesse
compiaciuta.
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