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E' primavera, e da un cespuglio fa capolino il bel musetto della bavosa
pratensis.
Come la bavosa, personaggio della scenetta interpretata dal noto showman
televisivo Luca Laurenti, anche gli amanti delle passeggiate, dei trekking e
dell'alpinismo, che hanno trascorso l'inverno in "letargo" (non frequentando la
montagna in veste invernale), riprendono l'attività fisica con piccole escursioni a
bassa quota.
Durante queste uscite si sottopongono al rischio d'incontrare, lungo i sentieri,
molesti animaletti appartenenti all'ordine degli Acari.
Vediamo ora cosa sono e come vivono questi piccolissimi artropodi.
L'ordine degli Acari comprende ben 10.000 specie finora conosciute, diffuse in tutto
il mondo, fatta eccezione per le zone polari.
La loro maggioranza è di dimensioni piccolissime non raggiungendo nemmeno la lunghezza
di 1/100 di millimetro mentre la specie più grande è una zecca tropicale che raggiunge i
3 centimetri.
Questi artropodi si trovano, in natura, in qualsiasi ambiente, sia nel terreno sia nell'acqua
e alcune specie vivono in grotta.
Secondo le specie essi si cibano di resti animali e vegetali oppure sono parassiti d'animali
e piante ed alcune parassitizzano pure l'uomo. Sono temute per la possibilità di trasmettere
ai loro ospiti pericolosi virus, i quali provocano malattie più o meno gravi.
Un tempo, la specie più nota, era l'Acarus siro, volgarmente chiamato Acaro della scabbia,
lungo appena 0,25 millimetri, invisibile quindi ad occhio nudo, che portava a morte i suoi ospiti.
Questo acaro provoca dei bubboni sottocutanei grossi come un uovo e pieni di acari vivi dai
quali, ad un certo punto, uscivano in numero considerevole le larve che infettano l'ambiente
intorno al malato.
Gli Acari che però possono interessare l'escursionista sono quelli che parassitizzano
le piante sia erbacee sia arboree, i quali, se molestati dal nostro passaggio, ci aggrediscono
provocandoci, con le loro punture, un prurito insopportabile che può durare anche per vari giorni
e può essere pericoloso nel caso siano colpiti gli occhi.
Gli Acari più pericolosi appartengono alla famiglia degli Issodidi e sono volgarmente conosciuti
con il nome di zecche. Di questi esistono in Italia diverse specie, tutte parassite d'animali sia
selvatici che domestici e possono attaccare pure l'uomo.
Ad esempio cito l'Ixodes ricinus che attacca di preferenza il cane ma che non risparmia altri animali
e nemmeno l'uomo, l'Ixodes exagonus che si trova sui ricci, su piccoli mammiferi, sul cavallo e sull'uomo,
il Rhipicephalus sanguineus ospite di cani, gatti, cavalli, ruminanti, lepri e occasinalmente attacca l'uomo.
Molte altre specie attaccano il pollame, gli uccelli selvatici, i pipistrelli e non risparmiano neppure
i rettili (lucertole e serpenti).
La zecca europea (Ixodes ricinus), già citata in precedenza, misura nei giovani maschi 2,5 mm. mentre
nelle femmine 4 e quando si sono rimpinzate di sangue dell'ospite raggiungono anche la lunghezza di 11 mm.
Le larve, appena nate sono invece piccolissime e misurano appena un millimetro di lunghezza.
La parte anteriore del corpo è provvista di un rostro, (becco allungato) con il quale la zecca punge il
malcapitato ospite e ne succhia il sangue.
Questo Acaro individua la sua "preda" tramite l'olfatto posto nelle zampe anteriori e una volta individuato
il punto adatto per attaccarsi lacera la pelle dell'animale mediante un piccolo uncino posto sulla parte
terminale del rostro, infigge il rostro stesso nella ferita e quindi inizia a suggere il sangue.
Per evitare la coagulazione del sangue, l'animaletto molesto introduce una sostanza chiamata
ixodina, la quale permette però ai germi patogeni di entrare in circolo.
La femmina della zecca depone fino a 3.000 uova e da queste, dopo alcune settimane o mesi, nascono le larve
esapode (cioè con tre paia di zampe).
Queste larve vivono tra le erbe e alla prima occasione si attaccano ad un animale di passaggio. Rimangono
sull'ospite per alcuni giorni, quindi si lasciano cadere e sul terreno compiono la muta con la quale si
trasformano in ninfa ad otto zampe.
Salgono sulle erbe più alte, tra i cespugli ecc. in attesa del passaggio di un altro animale sul quale
attaccarsi. Qui rimangono a suggere sangue per parecchi giorni, fino a che non si lasceranno nuovamente
cadere sul terreno, per compiere l'ultima muta nella quale si trasformeranno in zecca adulta capace di riprodursi.
Come accennato in precedenza, la zecca è portatrice di pericolosi virus che causano la cosiddetta encefalite
da zecca e la tularemia. Quest'ultima è una malattia infettiva molto diffusa nei roditori e trasmissibile
all'uomo, sostenuta dal bacillo Francisella tularensis e descritta per la prima volta del distretto di Tulare
in California nel 1911. Il primo caso sull'uomo è stato segnalato negli Stati Uniti nel 1914 e nel 1982 in Italia,
negli Appennini toscani in provincia d'Arezzo, ove nello stesso anno furono colpite ben 82 persone. La malattia era
stata localizzata sulle lepri selvatiche della zona.
Il quadro clinico della malattia è il seguente:
Dopo alcuni giorni d'incubazione compare una forte febbre con brividi, sudorazioni, cefalea e vomito. Generalmente
la febbre scompare in circa 20 giorni e la malattia si combatte con streptomicina,
cloramfinicolo, tetracicline e con l'introduzione d'antibiotici.
Per evitare il più possibile il contatto con questi animali è consigliabile frequentare la montagna sempre con
pantaloni lunghi, meglio se provvisti di chiusura sul fondo in modo da poterli stringere sul collarino delle pedule,
evitare quindi scarpe basse (tipo le scarpe da ginnastica), evitare i calzettoni di lana perché possono
attrarre detti parassiti.
Ricordiamo che le zecche si trovano in luoghi incolti quindi prati con erbe alte, bordi dei boschi, ma anche
su piante arboree dalla pianura fino ai 1500 metri di quota.
Nelle nostre montagne è massiccia la presenza di questi artropodi ed il loro numero sembra essere ogni
anno in aumento.
Visto il mio interesse per l'entomologia, (scienza che studia gli insetti) frequento molto spesso ambienti
consoni allo sviluppo di questi animali e posso segnalare la presenza della zecca in modo particolare sul
massiccio del monte Grappa, sull'altipiano d'Asiago, sul Pasubio, mentre un vero e proprio flagello sembra
essere sulle Vette Feltrine e in Friuli Venezia Giulia ove in molti luoghi si consiglia agli escursionisti
l'uso addirittura delle ghette.
MALATTIE E GUAI PROVOCATI DALLE ZECCHE
Del dott. Enrico Pasinato e con la collaborazione del dott. Giuseppe Gheno.
La puntura di zecca non è dolorosa e - nella maggioranza dei casi - non provoca nemmeno quel modesto prurito
che in genere accompagna la puntura di zanzara. E' tuttavia temibile in quanto può veicolare germi o virus patogeni.
Sono oltre 30 le malattie infettive trasmesse da zecche; tuttavia quelle che interessano chi pratica escursioni
in Europa sono sostanzialmente due: la malattia di lyme e la malattia da TBE ( Tick - Borne
Encephalitis) virus.
La malattia di Lyme (così denominata dalla città nel Connecticut ove fu' descritto il primo caso, nel 1975)
è dovuta ad un germe, la Borrelia burgdorferi, molto simile come morfologia, metabolismo e sensibilità agli
agenti antibatterici al Treponema pallidum, agente della sifilide.
La sintomatologia è complessa e alquanto variabile da caso a caso. In genere inizia con un arrossamento
cutaneo (eritema) in corrispondenza della puntura. Tale eritema compare in un periodo variabile da 6 - 7 fino
a 40 giorni dopo la puntura e, caratteristicamente, si espande lentamente per vari giorni o settimane, per poi
scomparire, anche in assenza di cure appropriate.
Concomitano spesso astenia, cefalea, artralgie, febbricola. In assenza di cure appropriate, nelle settimane o
nei mesi successivi, tali sintomi generali possono accentuarsi e associarsi a segni di compromissione di vari
organi, tra cui articolazioni, occhio, cuore e sistema nervoso.
La diagnosi viene posta sia sulla base dei sintomi clinici che sulla base di esami immunologici (cioè il riscontro
di anticorpi diretti contro la borrelia).
La malattia di Lyme è curabile con vari antibiotici; anche forme avanzate guariscono solitamente senza esiti con
un adeguato trattamento antibiotico.
La malattia da TBEV si manifesta invece nella maggior parte dei casi con una sintomatologia similinfluenzale o di
tipo meningitico (cefalea, febbre, rigidità della colonna vertebrale): fortunatamente solo in una minoranza dei
casi compare un quadro di encefalite, che può talora portare a morte o a guarigione con deficit neurologici
persistenti (tipo paralisi o demenza). Purtroppo contro la malattia da TBEV (come del resto contro la stragrande
maggioranza delle malattie virali) sono disponibili attualmente solo terapie "sintomatiche" (antipiretici, analgesici,
alimentazione per fleboclisi....) che non sono in grado di arrestare l'eventuale aggressione delle cellule del sistema
nervoso da parte del virus.
Esiste invece un vaccino contro il virus TBE. Esso non è ancora commercializzato in Italia, ma può essere acquistato
in alcuni stati europei (ad es. Austria). Viene ritenuto efficace ( in quanto determina la comparsa di anticorpi anti
virus TBE in tutti i soggetti non immunocompromessi in cui venga iniettato).
E' in genere ben tollerato, ma non è escludibile che - come qualsiasi altro vaccino - possa indurre, sia pure molto
raramente, disordini immunologici anche gravi ( tipo sindrome di Guillain-Barrè o encefalite acuta
demielinizzante).
Zecche portatrici di Borrelia burgdorferi sono frequenti in tutto l'arco Alpino, in Liguria e
nell'Appenino tosco emiliano, mentre sono assai rare nell'Italia centro meridionale.
Le probabilità che la puntura da parte di una zecca portatrice di borrelia determini la trasmissione del germe all'uomo
sono tanto maggiori quanto più si protrae la puntura.
Zecche portatrici di virus TBE pare siano presenti in Italia solo in areali molto piccoli delle prealpi orientali
(soprattutto in Trentino e nel Bellunese), mentre sarebbero più diffuse in Austria e Germania.
Cosa si può fare pere evitare le malattie sopra indicate ?
Innanzi tutto è possibile ridurre il rischio di puntura di zecca, indossando calzoni lunghi (meglio se provvisti
di chiusura sull'orlo, così da poterlo stringere intorno al collare delle pedule) ed evitando di sedersi o sdraiarsi
sull'erba. Indossare calzettoni fino al ginocchio con calzoni corti o alla zuava è sconsigliabile, in quanto la zecca
può facilmente aggrapparsi al calzettone e risalire poi lentamente fino a raggiungere la cute.
Poiché inoltre, come si è detto, le probabilità di trasmissione della borrelia sono tanto maggiori quanto più a lungo
è durata la puntura è opportuno verificare di tanto in tanto, durante l'escursione, l'eventuale presenza di zecche ed
eventualmente rimuoverle subito.
E' consigliabile fare ciò con una pinzetta (anziché con le dita), meglio dopo aver cosparso la zecca di una qualche
sostanza oleosa (anche la crema solare può andare bene) per ucciderla e facilitare così l'estrazione del rostro.
Qualora nelle settimane successive alla puntura non compaiano né arrossamenti cutanei né sintomi generali (astenia,
febbre, cefalea, artralgie), si ritiene che non sia necessario compiere alcun accertamento diagnostico né
somministrare alcuna cura (a meno che ad essere punta non sia una donna in gravidanza; in tal caso è opportuno
un trattamento immediato con antibiotici, essendovi motivi per ritenere che
un'infezione anche di breve durata possa indurre nel feto danni irreversibili).
In caso contrario è senz'altro opportuno rivolgersi al proprio medico, che - secondo il quadro clinico -
valuterà se prescrivere subito un trattamento antibiotico o procedere al dosaggio degli anticorpi antiborrelia
per ottenere una conferma diagnostica.
Non esiste, invece, possibilità di prevenire la malattia da
TBEV, una volta che sia avvenuto il contagio. Tenuto conto che il virus TBE è probabilmente poco diffuso in
Italia e che i casi di encefalite da tale virus sono senza dubbio molto rari, è discutibile l'opportunità di
farsi vaccinare contro tale virus per un escursionista che si attenga alle semplici norme comportamentali
sopra indicate.
COME LIBERARSI DELLA ZECCA
La zecca dovrebbe essere subito asportata evitando di toccarla con le mani.
Per rimuoverla è opportuno ricorrere ad una pinzetta da toilette ed afferrarla, quanto più possibile, vicino
alla pelle, e staccarla, magari agendo con una lieve torsione in senso orario e antiorario, con una trazione
leggera senza strappare.
In caso la manovra non riesca è consigliabile applicare localmente e sulla zecca una sostanza oleosa, va bene
anche l'olio o la crema solare (non usare l'etere), lasciarla agire qualche minuto e ripetere l'operazione.
La zona aggredita va quindi disinfettata. Di fronte a difficoltà è meglio ricorrere al medico curante o ad
una struttura sanitaria.
E' consigliabile ripetere uno scrupoloso esame sul proprio corpo, magari reso più accurato dall'aiuto di
un famigliare, anche il giorno seguente l'escursione, le eventuali zecche saranno accresciute in dimensioni,
quindi più facilmente visibili.
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